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Tonino

Tonino lavorava in una piccola fabbrica di vetri insieme con una cinquantina di altri operai. Aveva 25 anni e lavorava già da 15 anni sempre, mal pagato, dai padroni mariuoli, con diverse scuse, ma in realtà solo per farlo diventare una bestia, uno che non capiva di chi era la colpa se lui stava sempre inguaiato.
All'inizio, quando era solo un ragazzo metteva i bicchieri nelle scatole di cartone, poi lo avevano messo vicino a quello che soffiava il vetro.
Era un lavoro pesante, ma a lui sembrava un buon lavoro perché era pagato di più di quando era ragazzo: nessuno gli aveva spiegato che era un lavoro pericoloso, nessuno gli aveva detto quale era la paga giusta, né lui lo sapeva.
La fabbrica era un posto triste, uno stanzone con delle finestre in alto con i vetri smerigliati per cui non si vedeva nemmeno il cielo.
C'erano due cortili. Quelli che stavano dentro si arrostivano al calore dei forni. Quelli che stavano fuori si prendevano addosso la pioggia o il sole, il vento o la neve, secondo il tempo. Quelli che entravano e uscivano si prendevano la bronchite e in più dovunque c'era la polvere di silicio che entrava nei polmoni e a furia di respirarla li bruciavano.
Perciò dopo qualche anno di lavoro tutti tossivano e chi riusciva ad arrivare alla pensione non se la poteva godere per molti anni perché in genere schiattava prima del tempo per quella polvere nei polmoni.
Tonino non aveva mai pensato a questi fatti, non sapeva fra quanti anni sarebbe andato in pensione e con quanta salute: campava alla giornata.
Era giovane e pensava a godersi la vita. Senonché c'era poco da godere nella sua vita: doveva alzarsi la mattina appena schiariva il giorno e faticare, mangiare in fretta la colazione, e poi andare a casa stanco morto ad abbuffarsi di pasta asciutta.
Poi guardava che faceva vedere la televisione e prima che finisse il programma era già addormentato. Il sabato usciva prima e passava il tempo con degli altri faticatori come lui a giocare a carte. Qualche volta si appiccicava, qualche volta andava a farsi una pizza. La domenica si vestiva pulito e si lucidava le scarpe e passava il tempo nei bar e nei biliardi.
Sperava di trovare qualche ragazza che lo sposasse, perchè si era scocciato di stare a casa della madre, e voleva avere una famiglia sua, perché tutti facevano così. Ma non ne trovava e si sentiva abbattuto, la sera della domenica, si andava a buttare in qualche cinematografo economico, a vedere qualche stronzata seduto in un mare di gente distrutta come lui.
Ma un giorno Tonino cominciò a tossire. All'inizio non se ne importò gran che perché ogni inverno si pigliava la bronchite, solo che questa volta era estate e questa tosse non sembrava bronchite. E non passava.
Tonino se n'era sempre fregato della salute perché credeva di essere robusto: era campato tutta la vita in mezzo alla zozzimma e non era ancora morto, anche se aveva preso l'epatite virale e il tifo e quache altra infezione.
Ma Tonino aveva le sue idee sulla vita e sulla morte: quando era destinato, sarebbe morto, ma intanto tirava a campare. Era una maniera di pensare di molti a Napoli, questa del destino.
Un giorno però alcuni di quelli più inguaiati cominciarono ad usare la testa e così andò a finire che si organizzarono, cioè si misero d'accordo come dovevano lottare per farsi rispettare.
Erano i disoccupati, cioè quelli che più di tutti prima credevano nel destino e sembravano rassegnati, o addormentati nella loro condizione. Ma adesso avevano capito che la loro condizione era conseguenza del malgoverno, cioè degli imbrogli di quelli che condannavano, i democristiani.
Fu come se si fossero svegliati improvvisamente da un lungo sonno.
Gli operai, quelli che tenevano un lavoro li avevano sempre sfottuti, come se quelli fossero disgraziati, e loro fortunati, a non stare "a spasso". Ma adesso cominciarono a capire che avevano sbagliato, che erano tutti di una pasta e che erano loro che si erano addormentati e adesso si dovevano svegliare.
L'idea era: «Se i disoccupati fanno questo per avere un posto di lavoro noi che ci stiamo zitti? Mica ci devono trattare sempre così a noi. Noi speravamo di trovare un posto migliore e invece aumenta la disoccupazione. Allora ci dobbiamo muovere pure noi!».
E cominciarono a muoversi pure loro: chi perché si metteva paura che gli togliessero il posto per darlo ai disoccupati (dei 50 lavoratori quasi nessuno stava a "posto" con i contributi), chi perché si era sfastidiato di essere trattato come una bestia da fatica.
Era una cosa buona pure per i disoccupati perché lottavano contro lo sfruttamento esagerato di pochi lavoratori per fare avere lavoro a più gente.
Così si dimostrava che operai e disoccupati erano della stessa classe: tutti proletari.
Pure Tonino cominciò ad incazzarsi e invece di pensare solo alla sua vita cominciò a fare cose che non aveva mai fatto.


Scuola 128, 6 settembre 1975.