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La città del sole (e della luna) e l’albero della solidarietà

9 - 17 maggio 1991.
Realizzazione del mural per l’AVIS in via Maria Longo (Na), con gli alunni della “Marechiaro”, della “S. Di Giacomo” e della “A. Sogliano”: “La città del sole (e della luna) e l’albero della solidarietà”.
Rovinato dalle intemperie.


Testo illustrativo


II murale in via Maria Longo è stato realizzato dal Gridas su proposta dell'Avis di Napoli, dal 9 al 17 maggio.
La proposta era parte del progetto educativo dell'Avis per il 1990-1991, di sollecitazione alla sensibilità sociale e alla solidarietà, di cui è parte e manifestazione la donazione del sangue. Ma il discorso era ovviamente più ampio della semplice propaganda "donate il sangue" o "donate il sangue tramite l'Avis", riguardando piuttosto lo stimolo alla formazione di una coscienza sociale contrapposta all'egoismo e al menefreghismo. È per questo che abbiamo accettato di collaborare, anche perché si trattava di un'iniziativa da realizzare con i ragazzi delle scuole e ogni iniziativa che vada nella direzione della reintegrazione della scuola nella vita civile e sociale e contro la sua chiusura a riccio al di fuori della società, ci trova sempre disponibili.
L'iniziativa è partita con un incontro, nell'ottobre 1990, presso il segretariato dell'assessorato regionale alla cultura (che aveva accettato di finanziare l'iniziativa) con i presidi di una dozzina di scuole medie, per illustrare il progetto. Poi c'è stata una proiezioni di diapositive al Castel dell'Ovo, il 20 dicembre. Alcune scuole hanno accettato di collaborare, ma per una serie di contrattempi informativi, il Gridas ha preso contatto operativamente solo con la scuola media "A. Sogliano".
Altre due scuole che abbiamo contattato non sembravano disposte ad affrontare i disagi logistici e amministrativi (?).
Alcuni insegnanti della "Sogliano" sono andati sul posto a fare un rilievo del muro, prendere le misure e fotografarlo, e ne hanno riprodotto in scala su carta la forma trapezoidale, per avere un supporto valido su cui lavorare al progetto.
Il muro aveva uno sviluppo in lunghezza di sessantacinque metri e un'altezza variabile da undici metri e mezzo a due metri e mezzo, trovandosi fra due rampe della strada in salita.
In un incontro con insegnanti e ragazzi si sono proiettate diapositive di altri murales realizzati dal Gridas, affinché i non specialisti potessero farsi un'idea delle potenzialità del dipingere sul muro e del nostro stile.
È nostro fondamentale convincimento che la direzione della realizzazione di un murale debba essere unica, di una sola persona (è quello che diceva anche il grande muralista messicano David Alfaro Siqueiros) pur trattandosi di una opera collettiva, che raccoglie il contributi di tutti, sia in fase di progettazione che in fase di realizzazione e infine di giudizio critico.
È per questo che meglio di ogni altro mezzo espressivo pensiamo che fare un murale sia la maniera più efficace per esprimere la solidarietà, trattandosi di un'opera già nel suo farsi prodotta dalla collaborazione di tanti che lavorano insieme.
I ragazzi hanno fatto dei disegni, che si sono esaminati insieme, scegliendo poi, fra tutti, le proposte che a tutti sembrassero più significative e più immediatamente espressive del messaggio che si voleva comunicare ai passanti.
C'era, fra i disegni, il progetto di un albero sui cui rami sedevano uomini.
Questa immagine ci ha affascinati per la pregnanza del simbolo dell'albero, da sempre legato, nella cultura popolare al culto e all'immaginario legame fra tre mondi: quello dei morti, sepolti sotto terra, dove si spingono le radici, quello dei vivi, nel tronco e nei rami che stanno al livello degli altri esseri viventi, quello dei poteri superiori, dei, angeli, santi, com'è noto abitatori del "cielo", verso cui svettano le estremità dei rami e la maggior parte delle foglie.
Altre implicazioni del simbolo-albero sono ritrovabili nell'albero della vita che compare in molte iconografie cristiane (basti, fra tutte, il bellissimo Masaccio al museo di Capodimonte), uno degli esempi più "cosmici" sul pavimento della cattedrale di Otranto, dove le genealogie dell'albero abbracciano pressoché tutta la Bibbia e tutta la storia dell'umanità, ma anche gli alberi che spuntano dall'asse centrale della croce, allusione alla vita che continua, ovvero alla resurrezione, appunto la vita più forte della morte.
L'albero come rappresentazione dell'asse del mondo, come simbolo dell'unità del clan o della nazione, come nei villaggi dei pellerossa e nei testi che danno ragione della loro organizzazione. L'albero come testimone dell'alternarsi delle stagioni, da cui i riti per impetrarne la rifioritura, il ritorno della primavera e del rigoglio, i riti del maggio.
Infine gli alberi di tante grottesche antico romane e di altra origine, che intrecciano le volute dei rami con arti e volti umani.
Si è accettata quindi la proposta del simbolo dell'albero, per il murale, ma caricandolo di tutte queste simboliche allusioni, e allora facendo nascere dalle fronde le figure, anziché rappresentarle come indipendenti abitatori.
Ma quali figure? Si è pensato allora di convogliare nel disegno dell'albero varie proposte di esaltazione della solidarietà e denunce-condanne dell'incitamento alla violenza. Così il tronco abbiamo deciso di formarlo con figure sovrapposte, connaturate al legno, rappresentando nella crescita dell'albero dal sottosuolo al cielo l'evoluzione dell'umanità dai mali, dalla violenza, dal dominio della forza bruta ai buoni frutti della nascita della coscienza non violenta e solidaristica, simboleggiata dai volti di alcuni di quelli che hanno additato, vivendolo, un diverso e migliore cammino.
Ma affinché l'albero, freccia verso il cielo, non restasse isolato e il discorso potesse proseguire lungo il muro e inglobare le altre proposte progettuali, si è pensato ad un ponte, per far scendere le belle idee dalla cima dell'albero alla nostra realtà e vita quotidiana, per trasformarla. Quale ponte migliore dell'arcobaleno? Ecco allora che l'albero della fratellanza produce un mondo di pace, comunicandogli i colori della vita. Si è fatto prendere coscienza ai ragazzi che anche l'arcobaleno, nella mitologia della nostra cultura, compare alla fine del racconto mitico del diluvio, per ricordare a Dio che non deve più sterminare i viventi e per tranquillizzare gli uomini che ogni futura pioggia non è un nuovo diluvio: è il simbolo della realizzabilità dell'utopia della pace nel mondo, una pace cosmica, fra tutti gli esseri viventi e la natura, bandendo ogni sopraffazione e ogni volontà di potenza e di ingiusto profitto.
Come vestirla questa utopia? Si è pensato a un girotondo turbinoso di ragazzini, quelli che sono la nostra speranza, a condizione che gli tramandiamo dei valori e non solo il peggio del nostro mondo, perché sono loro che dovranno costruirlo, questo mondo nuovo, se vorranno avere anche loro un posto sull'albero e proseguire il cammino, un girotondo fra grandi fiori, così grandi da trasformare gli uomini in gnomi, così grandi da non poter più essere calpestati, e dare all'immagine un aspetto di fiaba, non per ricacciare il progetto nel regno impossibile dell'utopia, ma per esprimere in concreto l'appetibilità, la gioia del progetto.
A sottolineare orizzontalmente l'idea della solidarietà si è pensato di disegnare una striscia-nuvola rosso sangue, a mezz'aria, che attraversando l'arcobaleno collegasse l'albero con la fine del muro.
Il progetto si doveva oggettivamente esporre agli altri in una manifestazione organizzata dall'Avis per il 16 febbraio. Così ci si è messi al lavoro e riprodotto in scala più grande il muro su carta da scenografia, in due giorni di intenso lavoro, fatto insieme, si è prodotto il progetto visibile.
I ragazzi hanno sperimentato strumenti nuovi che, incredibilmente non avevano mai usato, pur avendo trascorso ben otto anni nella cosiddetta scuola dell'obbligo: i pastelli ad olio, il petrolio per diluirli e fare campiture, la carta colorata per collage, la carta di giornale usata come "colore", una grana diversa da quella del fondo, la gravità o la leggerezza del tratto, la produzione di silhouette con le forbici e la carta colorata, in attesa di sperimentare che cosa succedeva con la pittura sul muro, per strada. Ci si è divertiti e si è prodotto un "progetto" di due metri e mezzo per un metro circa.
Al Lazzaretto (una sala dell'ex ospedale della pace), il 16 febbraio, la sorpresa: noi che dovevamo realizzare il murale siamo venuti a sapere che altre scuole stavano progettando il murale, senza che ne sapessimo niente, e abbiamo trovato esposti centinaia di disegni, in una balorda mostra-concorso per "il più bel disegno progetto"!
Era una contraddizione in termini con i nostri principi su esposti sul fare murales, perché allora non si trattava più di un lavoro collettivo che inglobasse le proposte di molti e non più di una collaborazione egualitaria ("non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno debba più essere schiavo", come dice Gianni Rodari, nella bella citazione del videoclip del CCG) ricacciando i ragazzi nella logica del concorso a premi con relative votazioni più o meno strumentali o sospettate di essere tali, cioè, ancora una volta nella competitività, cioè piuttosto verso le radici dell'albero invece che verso la cima.
Sono risultate "premiate" e votate tre scuole: la "S. Di Giacomo", la "Marechiaro" e la "A. Sogliano".
Era presente l'assessore ai lavori pubblici. Rosario Rusciano, che doveva garantire le realizzabilità del progetto col necessario supporto tecnico a cura del Comune.
Poi della cosa si sono perse le tracce fino alla metà di aprile, quando improvvisamente si viene a sapere che all'inizio di maggio si può mettere mano alla realizzazione.
Intanto le cose erano un po’ cambiate: i cartelloni pubblicitari che coprivano la parte bassa del muro, fino ad una altezza di tre o quattro metri non potevano più essere rimossi tutti, come ci era stato promesso, perché il comune dissestato non poteva rinunciare all'entrata annua di sessanta milioni per il fitto dei tabelloni (ma non si potevano trasferire altrove?), così, invece che sei ne sono stati rimossi solo due e non quelli lungo la parte più alta, di oltre undici metri, visibile da piazza Cavour, ma solo quelli collocati più sopra, così che la lunghezza del muro dipingibile si è ristretta da sessantacinque metri a venti, e l'altezza da undici metri e mezzo ad otto e mezzo, dalla visibilità dalla piazza alla invisibilità sulla rampa. Pazientemente si è accettato anche questo disagio e ci si è attrezzati per metterci all'opera. Si è preso contatto con le altre due scuole, che non si erano preoccupate neanche di andare a vedere com'era fatto il muro, per dare conto ai ragazzi del progetto globale, ormai già ben definito, per spiegare loro e ai loro insegnanti il senso del murale, inglobare i loro progetti in quello comune, per tornare a un discorso unitario. Così si è deciso, intanto, di usufruire di tutta la parete libera dei cartelloni, fino all'altezza di due metri e mezzo, dove finisce la rientranza del muro sotto la sporgenza della rampa superiore, portando così la lunghezza complessiva da venti a quarantadue metri.
Il progetto della "Marechiaro", una grande A del logo dell'Avis, con l'occhiello formato da una goccia di sangue, sulla quale una serie di figure erano riportate dall'agonia alla vita per essere reintegrate nel girotondo della solidarietà, un ragazzo con l'aquilone, che richiamasse l'aspirazione alla cima dell'albero, si è deciso di collocarli alla fine del muro, dove l'altezza è di due metri e mezzo.
In Giappone, dove sono nati, gli aquiloni erano lo strumento per mandare messaggi alle potenze del cielo, dato che sanno volare.
Con i ragazzi e gli insegnanti della "Di Giacomo" si è deciso di integrare i loro disegni di un mondo allegro e pacifico nello spazio fra l'arcobaleno e l'albero, attorno a un grande sole, irraggiante il mondo con la luce della coscienza, e se c'è il sole perché non anche la luna, per allargare il discorso di pace-solidarietà al cosmo, con allusione al trascorrere del tempo, il giorno, la notte, le potenze misteriose della natura, il calore, il maschile, il femminile, l'acqua, la terra, ecc. ecc., tutto ciò che nell'immaginario folklorico è stato collegato ai due astri.
Dopo un paio d'incontri con l'ufficio tecnico del comune si è riusciti ad ottenere il montaggio di un ponteggio per raggiungere le parti alte del muro. Dovendoci salire i ragazzi si è montato un ponteggio nel pieno rispetto di tutte le norme antinfortunistiche, dalle tavole battipiede al corrimano in tavola lungo le scale, dalle balaustre di ben tre tubi Innocenti, allo scarico di eventuali cariche elettriche a terra, un ponteggio come è difficile vederne in giro per Napoli. Quando l'abbiamo visto ci è quasi venuto un colpo: noi abituati a trabattelli e mezzi di fortuna traballanti e in precario equilibrio, avevamo finalmente sotto i piedi delle tavole solide, ma il muro era praticamente invisibile dietro la cortina di tavole e tubi e l'eccessiva vicinanza al muro ci avrebbe costretti ad acrobazie con i pennelli per campire le superfici.
La richiesta di un prolungamento del ponteggio o almeno di un trabattello più solido del nostro, per poter raggiungere il muro al di sopra dei cartelloni rimasti per fare almeno un richiamo colorato sulla parte visibile dalla piazza, che invitasse a guardare il resto, non è stata esaudita e la visibilità del murale è stata limitata agli occhi dei fortunati passanti per via M. Longo.
Si è deciso di lavorare con i ragazzi di ogni scuola per due giorni, riservandone altri due per le rifiniture: otto giorni, dal 9 al 17 maggio.
Finalmente il 9 maggio tutto era pronto (il montaggio del ponteggio era slittato dal 6 al 9) e si cominciava a lavorare: altra sorpresa: si doveva combattere con la realtà napoletana. La strada è appannaggio dei posteggiatori abusivi di auto, che già avevano mal tollerato la perdita dei posti macchina in corrispondenza del ponteggio e non erano disposti a rinunciare agli altri posti macchina dove il ponteggio non c'era e dove invece avevamo intenzione di lavorare con i ragazzi della "Marechiaro"! Quando abbiamo messo mano al nebulizzatore, non era possibile usarlo perché al muro erano addossate le auto e far cadere del fissativo sulle auto avrebbe messo in pericolo la nostra incolumità. Poi si è venuti a un compromesso e si è riusciti ad aprirci un varco fra le auto, abbiamo fatto perfino amicizia con Biagio, il posteggiatore, che incitava i ragazzi a dipingere. Non si è visto neanche un vigile urbano e si lavavano i pennelli e si mescolavano i colori sul bordo del marciapiede badando a non essere arrotati dalle auto in perenne marcia a doppio senso sulla rampa, respirando gas di scarico e nebulizzazioni di frizioni boccheggianti per la ripidità della salita. Il traffico si svolge a doppio senso, è praticamente continuo e congestionato dalle ambulanze, con relative sirene, per la prossimità del pronto soccorso dell'ospedale degli Incurabili (che brutto nome per un ospedale!), della caserma dei Vigili del fuoco e della sede dell'Avis con relativi furgoni per la raccolta del sangue e lo smistamento.
Si è spruzzato sul muro grezzo il fissativo, in parte mescolato con un blando celeste (blando per risparmiare colore) per schiarire il fondo, coperto da decenni di polvere, fuliggine e carbonio. Il muro è un bastione di cemento armato, ricoperto da uno spesso strato di arricciato, caduto in più punti, friabile e polverizzantesi in altri. In corrispondenza della parte meno alta, oltre a non esserci più l'arricciato è in stato di degrado il calcestruzzo, per cui, dipingendo, dalla parete si staccavano le brecce che un tempo formavano il calcestruzzo. Ma non ci fermiamo davanti a niente e insistevamo col pennello e la pittura finché, caduto ciò che non si teneva, restava sul muro la pittura: anche questo è fare murales!
Precedenti esperienze ci avevano insegnato che se sull'arricciato è più faticoso lavorare (fra l'altro si consumano i pennelli in un batter d'occhio) l'effetto finale è bellissimo con una sorta di "effetto tappeto" cha dà più calore e vibratilità ai colori.
Giovedì 9 e venerdì hanno lavorato al murale i ragazzi della scuola media "Marechiaro". Sabato solo il Gridas; lunedì e martedì gli alunni e gli insegnanti della "Di Giacomo". La "Sogliano", per un nutrito programma di appuntamenti e scadenze di fine anno pareva che dovesse rinunciare alla realizzazione pratica, ma, insistendo, perché la cosa ci sarebbe dispiaciuta, si è riusciti ad ottenerne la presenza venerdì 17 : i ragazzi sono stati accompagnati personalmente dal preside. Così i ragazzi e gli insegnanti della "Di Giacomo" hanno partecipato un altro giorno, giovedì.
L'amicizia stabilita col posteggiatore ci ha permesso di lavorare lungo il muro, limitando la presenza delle auto.
Si è stabilito il consueto rapporto con gli abitanti della zona e i passanti: anche questo è fare murales: "che state facendo?" "chi vi paga?" "quanto vi pagano?" "che vuoi dire?" "perché lo fate?", ecc. ecc. ma anche apprezzamenti e giudizi. Altri commenti piovevano dalle finestre dell'enorme edificio lungo il lato opposto della strada, da parte dei ragazzi delle numerose scuole che vi hanno sede.
Tra l'altro lì ci sono ben due scuole medie, ma nessuna ha accettato di partecipare alla cosa e i ragazzi ne sarebbero stati ben felici.
Si è sperimentato il tipo di vita nella zona: dal lunedì al venerdì il parcheggio macchine e, per dipingere, la lotta con le macchine attaccate al muro, fino alle 13. Il pomeriggio niente macchine né parcheggiatori e traffico scarso, e le ronde di giovinastri a caccia di automobili da "farsi" cioè da rubare. Il sabato zona franca, niente macchine né parcheggiatori anche di mattina.
Si è lavorato dalle 9 alle 13 dal 9 al 14, e dalla mattina alla sera il 15, il 16 e il 17, finendo alle 22.30 del 17 maggio. L'impresa al servizio del comune avrebbe dovuto smontare il ponteggio la mattina di venerdì 17, per permetterci di ultimare senza difficoltà la parte bassa, difficilmente raggiungibile dietro i ripiani e i tubi di sostegno, invece l'ha lasciato lì fino alla mattina dopo, costringendoci a lavorare acrobaticamente attorno e sotto ai ripiani più bassi. In un momento di distrazione si è attaccata una macchina al muro, e si è dovuto dipingere il pezzo di nuvola rossa soprastante lavorando su una tavola poggiata da un lato sul tetto della macchina e dall'altro sul nostro glorioso trabattello a ruote. In più giovedì l'Avis ha ritirato il furgone dove tenevamo trabattello e colori, e si è dovuto lasciare il tutto sui ripiani del ponteggio la notte, rischiando qualche furto, ma è meglio fidarsi del prossimo che essere sospettosi.
Si è seguito grosso modo il progetto, con qualche modifica, lungo il percorso, perché dipingere è sempre un'avventura e le caratteristiche del muro suggeriscono modifiche e particolari imprevisti: questo è fare murales.
Una volta smontato il ponteggio, sulla parete è spuntato il sole e il murale è apparso in tutto il suo splendore.
Tra i fiori giganti i ragazzi in girotondo, fra cui si confondono i passanti, entrando per un momento nell'utopia.
Tra l'arcobaleno e l'albero un paesaggio di casette multicolori e un sole gigante, che irraggia luce e calore tutto intorno. Una striscia-nuvola rossa che collega il rosso dell'arcobaleno con la A finale, attraversando non senza contorcersi una smunta luna, ed evidenziando l'aquilone, trattenuto, o meglio fatto volare da un ragazzino. A destra l'albero, che, non potendo crescere in altezza si è sviluppato sotto lo sbalzo del muro, crescendo dalla violenza alla fratellanza.
In basso il tronco è formato da figure di uomini primitivi, violenti e bruti. Una mano brandisce una pietra appuntita: la prima arma. Un'altra mano una lama. Fra le figure una maschera da guerra, piumata, serpentina e minacciosa.
Più sopra un guerriero in armatura e gli eserciti, la violenza organizzata, di stato. Un guerriero in armatura a cavallo, il carro armato del medio evo, segna il passaggio agli strumenti di morte "tecnologicamente avanzati" dei giorni nostri, carri armati, aerei a reazione, armate anonime, dove l'uomo perde la sua identità per diventare obbediente e incosciente macchina per uccidere. In basso, ai missili si mescolano i denari, la motivazione delle guerre e della violenza, quelli buttati per le spese militari, le uniche che il nostro governo non taglia mai per ridurre i suoi deficit, mentre minaccia di ridurre le pensioni già misere della povera gente.
In alto, dove cominciano le foglie, comincia un discorso diverso, e fra le foglie e i fiori, fiori di magnolia, allusione all'oriente, da cui ci viene il meglio della cultura umana, hanno cittadinanza, come frutti colorati, il volto di Gandhi, il tessitore, e un filatoio; il volto di Gesù, il falegname, e una pialla; il volto di Einstein, allusione alla responsabilità civile dello scienziato; Ernesto Cardenal, il poeta; Martin Luther King, il sognatore. E fra loro, un pennello e un'asticciola col pennino e un libro o un quaderno, suggerimento di un impiego pacifico e civile delle capacità intellettuali dell'uomo, e tanti volti di umani di diverse etnie, a simboleggiare la fratellanza degli esseri umani. E non a caso si sono scelti i rappresentanti delle etnie vittime dello sterminio e della volontà di dominio e di sopraffazione dell'uomo occidentale, che si ritiene il migliore. Così troviamo l'indiano, il palestinese, l'ebreo, l'indio dell'Amazzonia, con le sue brave piume colorate infilate nei lobi delle orecchie, e il curdo, e l'aborigeno australiano, e il pellerossa e l'estremo orientale, (forse lo zio Ho) vicino a una zappa e un volto femminile di bianca. Fra le altre figure il simbolo del Gridas, metà teschio, metà pagliaccia, a simboleggiare la resurrezione e la vita che è risveglio dal sonno della ragione e collaborazione alla attualizzazione del sogno.
Alcuni dei passanti hanno recepito perfettamente il messaggio, proponendoci di aggiungere le figure dei politici attualmente in carica, ma il discorso era più ampio di quello contro un singolo governo temporaneamente al potere: era contro l'eterna tentazione malvagia del potere, e contro la politica intesa come gestione del potere anziché come missione di servizio per tutti i cittadini.
Al proposito una piccola considerazione: per una settimana abbiamo lavorato in mezzo all'immondizia e scansando le macchine e non si è visto nessun vigile. Domenica 19 maggio c'è stata l'inaugurazione del murale e come al solito, la domenica, macchine non ce ne sono, ma poiché veniva l'assessore, dalla mattina presto la zona era presidiata dai vigili urbani e il marciapiede era stato ripulito e sul bordo collocate fioriere e fiorellini. Ci sarebbe da domandarsi i vigili sono al servizio dei cittadini, o dell'assessore? E l'assessore, al servizio di chi è?
Ai ragazzi che hanno lavorato al murale, dalla progettazione alla esecuzione, è stata offerta una occasione di ricostituzione dell'unità della cultura, come totalizzante esperienza umana, e ricompattamento delle artificiali divisioni in "materie" dello scibile e della coscienza relativa: la storia, la geografia, la filosofia, la semiotica, la letteratura, ecc. ecc., sono ridiventate una unità di discorso civile, come dovrebbe avvenire nelle loro coscienze, per crescere. L'arte è testimonianza di tutto l'uomo.
A chi non ha capito niente, almeno resta la suggestione di ampie e luminose campiture di colore che hanno trasformato l'aspetto di un muro squallido e scarrupato nel vivace veicolo di un messaggio di alto valore civile, indicazione di come con pochi e scarsi mezzi si può intervenire a modificare l'aspetto della città, nella speranza che questo serva da incentivo a ripetere l'esperienza altrove, dovunque ci sia lo squallore da combattere, affinché il colore sui muri possa restituire agli uomini la gioia e il coraggio di vivere: L'ARTE È UN ATTO DI AMORE!