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Nota a margine sui murales

Nota a margine sui murales

Capita spesso, soprattutto negli ultimi anni, che amici, compagni, o anche semplici “simpatizzanti” ci chiamino per segnalarci che questo o quel mural rischia di essere cancellato o distrutto.
Capita adesso, ma è sempre capitato che i “proprietari” del muro cambiassero, o che a variare fossero i gusti degli stessi “committenti”, o che l’incuria, le intemperie, cancellassero un lavoro bello quanto significativo.
Eppure non c’è molto da fare.

Si può provare a protestare, a segnalare a chi di dovere il valore dell’opera che si sta per cancellare o che si è appena distrutta, ma per quanto ci riguarda, come GRIDAS, non intendiamo iniziare battaglie contro le figure pubbliche o private che non apprezzano quanto stanno per distruggere.
Non intendiamo farlo perché pensiamo che Felice non l’avrebbe fatto.

Ci si può obiettare che, adesso che Felice non può rifare questo o quel mural, l’opera andrebbe perduta per sempre, ma non è così.
Il mural resta impresso in chi ha partecipato a realizzarlo, spesso dipingendo per la prima volta (forse l’unica) su un muro. Il messaggio è passato e resta in chi l’ha ricevuto. È un messaggio che è legato a una situazione, spesso a un periodo, poco senso ha rifarlo o ripeterlo identico dopo del tempo, con altre persone che non hanno contribuito a far nascere quel particolare disegno e quel particolare sviluppo delle immagini.

I murales di Felice sono irripetibili. Lo sono per come venivano realizzati coinvolgendo altre persone, spesso bambini, in tutte le fasi della lavorazione, sin dal momento della progettazione.
Felice stesso sapeva della “vulnerabilità” di queste opere, tant’è che il libro sui murales che stampò a proprie spese per i “10 anni di utopie sui muri” era proprio un tentativo di rendere “durevoli” delle esperienze più o meno “temporanee”, oltre che di lasciare una testimonianza.

E infatti, anche quando segnalavano a Felice il “rischio” di distruzione di un mural, Felice, oltre a prendersi (giustamente!) grandi incazzature, faceva ben poco. Nei casi in cui decideva, con chi lo chiamava, di “rifare” un mural (è accaduto rare volte), la nuova “opera” era sempre arricchita di nuovi particolari, di nuove immagini, o perché si adattava alla nuova superficie o perché, nel frattempo, era passato del tempo, erano cambiate le persone con cui si dipingeva e, inevitabilmente, il messaggio da trasmettere si era arricchito, trasformato, migliorato se vogliamo.

Il mural è legato al contesto in cui è nato, non lo si può rendere immortale perché non è immutevole il contesto. Se un muro dipinto cambia “destinazione d’uso”, il mural perde in parte il suo significato perché i disegni di Felice sono sempre legati, oltre che alla situazione, al luogo, alla superficie.
Se le intemperie sbiadiscono o distruggono in parte un mural, poco senso ha riprenderlo, vivacizzare i colori su un muro e un contesto intanto degradati.

Unica eccezione, forse, va fatta per quei gruppi, quelle realtà, che con Felice hanno dipinto le proprie sedi, le proprie aree di intervento. In quel caso, qualora si rendesse necessario un rinnovamento della struttura, se esiste ancora il gruppo legato a quel mural con i suoi medesimi intenti, ben venga che “ravvivi” il mural da sé: è un confermare e ripercorrere la propria strada, un rafforzare idee sbiadite che può far bene recuperare. Ma il GRIDAS, ora come ora, non interverrà a mettere mano a alcun mural di Felice, per quanto detto sopra e perché non ci aggrada riprendere, con la nostra mano, i suoi tratti, i colori scelti a suo tempo: il mural, come lo intendeva Felice, è un qualcosa di creativo, che nasce sul momento, non una copia di quanto fatto da altri.
Il mural non è un quadro e d'altronde noi non siamo dei restauratori.

Con il libro Felice ha voluto trasmettere, per lo più, le storie, sempre diverse, legate a ciascun mural e poi un “metodo” da arricchire, interpretare, fare proprio per sperimentare, tra le altre, anche questa forma di comunicazione. Non necessariamente con il suo apporto, volendo incoraggiare, piuttosto, l’intraprendenza di chiunque volesse usare questa “tecnica” per comunicare quello che aveva da dire a tutti.
È, in parte, quello che abbiamo ipotizzato di fare con questo sito: indicare un percorso, una strada percorribile, non celebrare, ma testimoniare cosa si può fare con le proprie mani e con la propria creatività quando si ha qualcosa da dire.


Il GRIDAS, Ottobre 2006.


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