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La casa delle culture “Nuvola Rossa”

La casa delle culture “Nuvola Rossa”

Storia e motivazioni, il come e perché di una bella idea

Il GRIDAS [...] ha sede nel “centro sociale” di via Monte Rosa dal 1982, quando ebbe accesso al salone al piano terreno e iniziò la sua opera di manutenzione della struttura che se ne cadeva a pezzi (così quelli che vengono alle assemblee condominiali forse si accorgeranno che hanno a disposizione una sala perché c’è qualcuno che la mantiene in piedi e la cura!).
Per chi fosse smemorato ricordiamo un po’ di storia: il centro sociale, gestito dall’ISSCAL (istituto servizi sociali per le case dei lavoratori) non ha mai funzionato pienamente: vi si sono collocati l’ufficio postale e l’asilo al posto dei laboratori di avviamento professionale; c’erano delle assistenti sociali, in funzione di spionaggio politico al servizio della D.C. (abbiamo trovato, fra i rottami del centro i registri con i verbali delle loro relazioni: controllare Tizio, chiedere al parroco di Caio, ecc..).
Poi passò all’UNLA (unione nazionale lotta all’analfabetismo: citazione da Corrado Alvaro “non solo che siamo analfabeti, quanto che ci fanno pure la lotta!”) che ci allestì una biblioteca, che poi è andata distrutta per mancata restituzione dei libri...c’era pure un proiettore di film a passo ridotto e un ciclostile, per eventuali iniziative di divulgazione.
Poi il centro sociale passò alla gestione dei servizi culturali della Regione che in seguito distribuì diversamente i suoi servizi e il nostro centro fu abbandonato. Ha visto nel tempo anche il sorgere di un centro di cultura popolare, a cura di persone che in prevalenza venivano dall’esterno e si occuparono di organizzare cosi di preparazione alla licenza media: non c’erano ancora i corsi delle “150 ore”.
Nel 1980 in seguito alla riforma del sistema sanitario, in base ad un accordo verbale, il centro doveva passare dallo IACP (Istituto autonomo case popolari) al Comune; il centro venne restaurato per insediarvi un presidio sanitario. L’accordo non venne mai formalizzato, per cui il centro è restato dello IACP.
Poi ci fu il terremoto e il nostro centro fu occupato da famiglie scampate al sisma, che lo scempiarono: una famiglia per ogni stanza, bagni supplementari, scarichi che finivano nelle discese delle grondaie e il salone del piano di sopra suddiviso fra vari stenditoi. Gli occupanti ottennero definitivamente la casa nel 1987 e il Comune, per evitare eventuali nuove occupazioni, murò l’accesso al piano di sopra.

Così è restata la situazione fino al 1993, quando, alcune ragazze e ragazzi di scuole secondarie, durante la rituale occupazione pre-natalizia, avendo assistito a un incontro con D’Agostino e Vera Lombardi al GRIDAS, vennero da noi a proporre di fare un centro sociale occupato, come OFFICINA 99.
Allora pensammo che era arrivato il momento di realizzare la “casa della cultura”: un’idea partorita nel 1991, [...], appoggiati dalla gestione della circoscrizione di Scampìa. Il progetto della casa della cultura fu distribuito a tutti i consiglieri circoscrizionali e mandato alle varie autorità: Comune, Provincia, Regione, senza ottenere alcuna risposta. Si lavorò intensamente, ogni giorno, per più di un mese. Lavori pesanti: spalatura di calcinacci, impastatura di cemento, facchinaggio per trasportare sabbia e cemento e blocchi di pomicemento, alzare muri, recuperare un ambiente pulito e decente. E spese, tante spese, senza l’aiuto di nessuno: seicentomila lire (allora non c’era ancora l’euro, se no sarebbero state ancora di più!) date ad un idraulico per rimettere in funzione i bagni, cemento, sabbia, blocchi, ferramenta, trapano (ce ne fregarono uno), flex (ce ne fregarono uno misteriosamente), tagliavetro professionale (anche questo scomparve), elettrodi per saldare: tutti i denari accumulati con i miseri compensi per qualche murales “retribuito” (in gran parte sono stati realizzati gratis, anzi rimettendoci, oltre al lavoro, le spese per pittura e pennelli!) se ne andarono a poco a poco.
I collaboratori contribuirono in niente o in minima parte economicamente. Anche i collaboratori, col passare del tempo, scomparvero: l’impegno appariva troppo gravoso. I ragazzi, alla fine del trimestre scolastico, ebbero brutte pagelle e per punizione non potettero più partecipare al lavoro con noi...io ho continuato a lavorarci per un anno e mezzo, fino alla metà del ’95.
Quando si stava per finire, una squadretta di giovinastri si impegnò a romperci le scatole: si arrampicavano dal retro, entravano da una porta-finestra lasciata apposta non murata per garantire l’accesso al tetto per la manutenzione e scassavano porte e altri lavori una, due, tre volte. [...] Nel solo salone c’erano venticinque finestre, dal pavimento al soffitto. Essendosi infradiciate nel tempo le persiane che prima garantivano la possibilità di affaccio era pericoloso aprirle. Si sono quindi segati gli infissi in ferro delle finestre ad altezza di circa un metro da terra e costruiti muretti ad uso di parapetti. Agli angoli si sono murate le finestre da terra fino agli ultimi riquadri, lasciati a introdurre più luce. Si sono sostituiti i vetri che erano rotti, si sono intonacati e stuccati e tinteggiati in bianco i muri. Aggiustati i controsoffitti cadenti, riparate le porte, riattati i bagni (tre cessi, due antibagni e altri due lavandini nel salone e in un’altra stanza). Sistemate le porte, recuperandone alcune nella munnezza e dipingendole, collocando poi lucchetti simbolici di chiusura regolarmente poi fatti saltare dai vandali.
Avevamo cominciato a portare su alcune nostre cose per fare spazio nel salone di giù: alcuni bauli recuperati in giro, che erano la nostra dotazione di stoffe e tulle per il carnevale, una raccolta di numeri de “il manifesto” dal ’77 ai nostri giorni: i vandali si dilettavano a vuotare i cassoni per le scale spargendo le stoffe in giro e pisciandoci sopra, scaraventando i libroni della collezione del manifesto per le scale, versandoci poi sopra il cemento...
Non si sapeva che fare: eravamo ben coscienti che la migliore difesa del nostro posto sarebbe stato l’avvio di una intensa attività nei locali, quello che era il programma della “casa della cultura”, ma ormai il piccolo gruppo di collaboratori si era disperso e mi trovavo solo: c’erano allora nella struttura l’associazione culturale musicale “La Nota” di Ennio Festa: venivano a fare musica popolare e si limitavano solo a curare l’inviolabilità dei loro locali; un gruppo di gente varia, facente capo a Gennaro Privitera, da me invitato a collaborare alla casa della cultura, sulla base della sua (a parole) condivisione del mio progetto sociale: anche loro si chiudevano nella loro stanzetta, sempre più blindata, a fare i fatti loro, senza la minima collaborazione al mio lavoro, secondo la buona logica napoletana che ognuno si pulisce il suo pianerottolo, ma non le scale comuni, che anzi si chiama qualcuno estraneo a lavare. Anche loro avevano bisogno di sempre più spazio e avevano messo gli occhi sul salone: proposero allora di costruirvi un palco per farci il teatro (ché c’era, anche, un laboratorio teatrale nei miei progetti). Si procurarono allora dei massicci profilati di ferro e noi li tagliammo a misura e li saldammo come struttura di un palco (circa quattro metri per due) alto circa cinquanta-sessanta centimetri dal pavimento. Dopo le devastazioni restò lo scheletro del palco e io persi ogni speranza di poter realizzare il mio sogno.
Mi chiamarono allora quelli della “pia unione cattolica operaia SS. Pietro e Paolo” chiedendomi dei locali perché la loro sede [...] era diventata insostenibilmente dispendiosa, esigendo il nuovo padrone il doppio del pigione precedente. Si fece presente che i locali non erano “miei” ma occupati e loro dichiararono che essendo una associazione riconosciuta dalla Curia non potevano stare in locali occupati, ma poi vi si sono insediati, occupando il saloncino. Si posero loro alcune condizioni: che si curasse la chiusura del cancello di ingresso [...].

Si sono spesi altri denari e lavoro per finire il palco, con un piano di truciolare spesso tre centimetri, rivestito poi di linoleum per evitare l’usura e si sono fatti altri lavori sostituendo di volta in volta i vetri rotti ecc. Data la forzata convivenza con altre strafottenti realtà si è modificato il titolo mettendo “culture” al plurale (la “cultura” del gioco a carte, la “cultura” del menefreghismo, che sono pure realtà presenti di cui bisogna tener conto).
L’intitolazione a “Nuvola Rossa”, il mitico capo degli indiani americani che seppe unire le tribù del suo popolo vincendo contro Custer e la volontà di sterminio del governo statunitense (le cose non sono cambiate, ma dov’è adesso un “Nuvola Rossa”?) ci venne in mente per via della mostra fotografica sul Far West “Segnali di fumo” tenutasi nel ’95 al Maschio Angioino, i cui manifesti, montati su compensato, abbiamo recuperato per servircene a mo’ di insegna, alla fine della mostra.

Finora nel tempo la “casa delle culture” ha vissuto in maniera intermittente [...].
Nel ’95 si fondò nel quartiere il circolo “LA GRU” di Legambiente [...].
Al piano di sotto ci siamo noi, in difficile convivenza con le riunioni condominiali: c’è un salone, usato in condominio da noi, da Legambiente, e dai condomini; una stanzetta ad uso degli “amministratori dei condomini”, da cui pure si pena a farsi dare un contributo per l’uso della corrente elettrica; un’altra stanza in cui c’è una sorta di sindacato inquilini. Prima c’era il SUNIA, poi l’INIAT, adesso mi pare si chiami Associazione Napoli Nord: ci viene un avvocato, una volta la settimana, a curare questioni di inquilinato e di affitti.

Alle spalle c’è un circolo pensionati che prima si chiamava “Italia” (così mi fecero scrivere sulle insegne dipinte che mi chiesero di fare e poi si rifiutarono di pagare, neanche le spese della pittura: erano dipinte a smalto) dove dalla mattina alla sera si gioca accanitamente e solo a carte.
[...]

La casa delle culture “NUVOLA ROSSA” in questi anni è stata particolarmente viva a sprazzi: “inaugurata” il 10 luglio 1996, con la proiezione pubblica di diapositive degli ultimi murales realizzati, da Casal di Principe a Genova, dal manicomio S. Maria Maddalena di Aversa ai murales di S. Anastasia, furono per l’occasione stampati dei cofanetti di cartoline dei murales con testo esplicativo del murales di Genova, di quello di Aversa, e del mosaico sulla facciata della chiesa della Resurrezione, ora distrutto per l’imbecillità dei committenti.
Torna a vivere ogni anno per i laboratori di carnevale, il nostro (del GRIDAS) carnevale di quartiere (che facciamo ormai da ventuno anni, coinvolgendo le classi degli insegnanti decenti), e saltuariamente per varie iniziative, per la pace, contro la guerra (la pace per gli oppressi, la guerra agli oppressori).

Una delle iniziative è stata nel 2000 il laboratorio con una dozzina di bambini Rom per iniziativa del COMPARE, conclusosi con una festa-concerto e una vasta partecipazione di persone venute anche dal centro storico, fra loro il poeta Gennaro Esposito, la Contrabbanda di Luciano Russo, Massimo Mollo degli “Artisti associati” nonché di “Rua Port’Alba” e il laboratorio curato da Rosellina Leone e il teatro con Antonella Monetti. Allora pensammo che la cosa potesse prolungarsi e rendersi stabile e siamo stati per mesi il sabato e la domenica a disposizione degli abitanti del quartiere per ascoltare musica “altra”, per riimparare a stare insieme, per produrre cultura partendo dal vissuto quotidiano. Abbiamo conosciuto così dei bei personaggi come il poeta Antonio Manzo (di cui facemmo ascoltare le poesie al microfono, con l’altoparlante alla finestra), il cantautore Daniele Sanzone degli “A67”...Ma restammo ignorati dai più.

Il nostro impegno è nel combattere l’emarginazione della periferia, esponendo la nostra produzione culturale nei “luoghi deputati alla cultura” al centro di Napoli: i nostri libri “L’utopia sui muri. I murales del GRIDAS, come e perché fare murales” e “L’utopia per le strade: i carnevali del GRIDAS, come e perché mascherarsi” sono stati “presentati” all’Istituto Italiano per gli studi filosofici, riscuotendo l’ammirazione del più limpido rappresentante della cultura a Napoli, Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto e di Antonio Gargano, segretario, nonostante la disattenzione o l’indifferenza della cosiddetta stampa napoletana (per far pubblicare un articolo o una notizia a Napoli bisogna conoscere personalmente qualche giornalista, portargli il testo già scritto, con le foto, che vengono (se vengono) pubblicate senza il nome dell’autore e poi il giornalista riassume e stravolge lo scritto!).

Abbiamo realizzato delle mostre delle nostre cose nel centro storico: una mostra alla Galleria Scarlatti, nello spazio gestito allora dalla libreria Guida di via Merliani, durata quindici giorni, nel gennaio 1988, e poi da Intra Moenia, mostra di trasparenti e diapositive illustrate, due giorni fra ottobre e novembre 1990.
Diapositive dei nostri murales sono state proiettate al Grenoble nel 1986, a Neagorà, sugli spalti del Maschio Angioino a settembre 1991, davanti a una platea di seicento ragazzi “rapiti”, a Castel dell’Ovo, in preparazione al murales realizzato poi con tre scuole medie in via Maria Longo, la salita degli Incurabili, sempre nel 1991.
Abbiamo partecipato al convegno di muralisti ad Amburgo in preparazione della realizzazione di murales di solidarietà con la resistenza dei popoli indigeni e neri contro il colonialismo e lo sfruttamento dei popoli nativi, e in opposizione alle celebrazioni ufficiali del cinquecentenario della “scoperta” delle Americhe.

E veniamo ad ora: ci impegnamo a rilanciare con più forza e più determinazione la nostra proposta di una casa delle culture a Scampìa, visto lo squallore che ci circonda e la completa assenza di una qualsivoglia iniziativa che abbia credibilità e significato.
Nel vuoto istituzionale e culturale alligna e prospera la camorra estendendosi come una piovra sul territorio, imponendo la propria legge a chi non sa o non ha il coraggio di opporsi. [...].
A noi tutto questo non sta bene e vista la tolleranza istituzionale della malavita: l’isolamento e il degrado delle periferie sono funzionali alla sopravvivenza del sistema, così in giro si sa che a Scampìa si vende la migliore “roba” sul mercato e basta prendere il pullman R5 per trovarsi in pieno ambiente “tossico”, la nostra proposta è “AUTOGESTIAMOCI IL QUARTIERE!”
La risposta alla dissoluzione sociale deve essere forte: non basta fare innocue fiaccolate, che non disturbano nessuno e non portano a niente.
[...]
A mio parere la camorra va combattuta sul piano culturale: finché in cima alla considerazione della gente ci sarà il culto del denaro, quello che è l’unica religione della maggioranza, da Berlusconi all’ultimo capetto, la camorra e simili altre organizzazioni saranno vincenti perché nella mentalità comune è degno di stima chi può esibire catene d’oro, femmine e macchine costose: bisogna quindi sostituire alla religione del culto del denaro dei valori altri ma con tale forza che siano più accattivanti dei “valori” camorristici e del cosiddetto “senso comune”: è quello che vogliamo fare con la Casa delle Culture.
Ci saranno: laboratori creativi permanenti: pittura, scultura, grafica, musica, teatro, ecc.
Mostra permanente dei prodotti migliori fabbricati nei laboratori; collaborazione con gli insegnanti motivati delle scuole; integrazione fra scuola e territorio, come già facciamo col carnevale di quartiere; annullamento delle distanze fra centro e periferia, con scambi frequenti delle produzioni culturali rispettive, mostre della nostra roba al centro e mostre da noi delle cose prodotte da chicchessia al centro: siamo in trattative con la bottega del commercio equo e solidale per far illustrare a loro, da noi, quello che fanno e per poter utilizzare la loro vetrina per illustrare i nostri prodotti; recensioni di libri da noi, come si fanno al centro, incontri e dibattiti; annullamento del gap fra generazioni, raccogliendo e registrando le esperienze di vita e di lotta degli anziani per farne un patrimonio storico a disposizione dei giovani, abbiamo già realizzato e sbobinato dieci interviste; proposizione di prodotti culturali di qualità per elevare il livello culturale e la capacità di giudizio delle persone “comuni”; apertura di finestre su mondi altri: diffondere la poesia, a cominciare dalla poesia della vita vissuta con gioia; convivialità, incontri realizzati recando anche roba da mangiare, per favorire la rinascita di sentimenti umani; integrazione con i cosiddetti extracomunitari per dare loro un succedaneo della casa (“ricordati che fossi straniero”...). Abbiamo cominciato con il cinema, proiettando opere di qualità accompagnate da frittelle, dolci e rosolio. Abbiamo proiettato i corti di Ermanno Olmi, “Sangue vivo” di Winspear, “Navigator” di Buster Keaton e un film senegalese “La vendeur du soleil”. È venuto qualcuno, ma soprattutto nostri amici o compagni, non quelli cui volevamo indirizzarci, i giovani buttati sulla strada a non far niente o a rincoglionirsi, ma insistiamo, convinti che questa è la via giusta e che col tempo e con l’insistenza riusciremo a fare del vecchio abbandonato e cadente centro sociale il centro vitale del quartiere: un luogo sempre aperto dove andare per uscire dalla quotidianità deprimente e incontrare l’arte, l’amore, la vita!

Felice Pignataro - 18 ottobre 2003


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